lunedì 30 agosto 2010
Nero.
Mia sorella aveva gli occhi color cenere.
Che non è un altro modo di dire nero, un modo più lascivo e poetico - no, lei li aveva proprio color del legno bruciato, perché oltre a quelle cupe tonalità scure (non esistono persone con gli occhi neri), le sue iridi mai una volta hanno riflesso la luce del giorno e della notte. Mai una volta hanno brillato in mille sfaccettature diamantine di quelle che potete, se volete, chiamare emozioni.
D'altronde, dicono che gli occhi siano lo specchio dell'anima.
Forse era così, la sua: bruciata e bruciata fino a diventare cenere.
mercoledì 23 giugno 2010
Udite, udite!
Delebile numero 0 è qui per voi!
(O per lo meno, lo è dal 26 giugno. Udite, udite!)

E non scordatevi di venirci a trovare, ogni tanto:
delebile.com
domenica 23 maggio 2010
Viscido.
L'unica cosa che sento è un dolore pungente ai piedi - come avere degli spilloni ficcati nelle piante.
Ho sempre avuto una paura viscerale delle persone che non si arrabbiano mai.
L'essere umano poggia su di una sfera e scivola da ogni lato, tende ad inclinarsi verso il suolo e tornare precipitosamente ritto, sempre sospeso tra la caduta furiosa e il calmo equilibrio del benessere.
Forse questa assoluzione che sto sperimentando viene direttamente dal Cielo. Il regista mi guarda, si aspetta che urli "Voglio io quella battuta!" ma resto perfettamente perpendicolare al suolo, senza sbilanciarmi, gustando con molti giri della lingua questo mio subitaneo contatto col divino.
Il mio viso è una maschera scolpita, non vibra di nessun muscoletto che si tende -solo ogni tanto, proprio lì all'angolo della bocca, si disegna un po' di noia disgustata- proseguo imperterrita nella mia completa infusione di equilibrio spirituale.
Mi giro, afferro il bastone, mi sposto. Guardo, ho paura, scappo, il bastone cade, mi fermo al limitare dello spazio di palco.
Eseguo le mie mosse con rigore -mi stupisco quando mi devo stupire, inorridisco quando è il caso, e riesco persino a far emergere dalle profondità della gola una brillante risata- e quando la scena si chiude resto ferma contro il muro, ne sento l'umida frescura - sembra quasi che la pittura bianca mi resti a poco a poco incollata addosso.
Che schifo.
Che schifo che schifo che schifo.
Fa tutto così schifo che non riesco neanche ad arrabbiarmi.
Parlate piano.
Morte in boccetta aromatizzata all’arancia e limone. È come mandare giù sciroppo, e la testa vortica un po’, i rumori si fanno confusi; solo un dolce sprofondare nel mondo dei sogni. Solo che poi non ti svegli più. Certo, le percentuali di mortalità sono sotto il 2,5%, ma aumentano esponenzialmente in caso di assunzione contemporanea di sostanze psicoattive; tra cui, ricordiamolo, fa bella mostra di sé l’alcool. Chi può desiderare di più? Un goccetto e poi un buon sonno: davvero irresistibile. Non è chiaro se, in mancanza di farmaci o bevande alcoliche, il caffè possa fare da sostituto; forse, assunto in gran quantità, ma ciò comporterebbe un uso esponenziale di monetine, se si pensa di rivolgersi a una macchinetta automatica, oppure l’ingiusto sfruttamento di una nobile caffettiera da quattro, col solo risultato che prima di addormentarsi, se ci si riesce, si ha una vera e propria crisi nervosa. Che cosa complicata morire.
mercoledì 5 maggio 2010
Le rane nelle scarpe.
Un mese e mezzo di primavera, e tutto quello con cui ci è dato vivere sono umide giornate di pioggia dicembrina. Vento incoerente e tombini strambordanti in un caleidoscopio di automobili nervose.
Ricompaiono giacche pesanti, maglioni a maglie larghe e qualche stivale di gomma -miliardi di ombrelli roteano e volteggiano sulla pista di ghiaccio dei marciapiedi- anche quando il sole capolina da dietro il suo cappotto di nuvole perlacee e getta le sue timide mani sulla terra per raccogliere un po' di sguardi.
lunedì 3 maggio 2010
Sonno.
Il modo in cui ogni misero essere umano si trova a portare avanti la sua lotta immaginaria rende ogni cosa incredibilmente triste. Fatto sta che, quando nel proprio combattimento quotidiano alla dinamicità della vita, si è soliti tenere un passo lento e rilassato, il minimo accelero risulta sfiancante e insostenibile; ventiquattro ore giornaliere non bastano da sole a saziare gli eventi, e il sonno viene tralasciato, in quanto primo sottraente di tempo prezioso (nel recupero della folle corsa della società, s’intende).
Ma morfeo è un’inamovibile dominatore; ti afferra per le spalle e ti piega, preme incessante una mano sugli occhi e sui polmoni. Chi sente la testa annebbiarsi per la confusione e la stanchezza sa che, visto che il mondo ha deciso di girare senza avvertirlo, quell’incessante senso di dovere, e di voler far qualcosa di cui non si riesce a trovare il principio (tantomeno la fine), va solo tradotto in una pausa.
mercoledì 28 aprile 2010
Voce.
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E lì, nasce.
O meglio, si risveglia.
Un'idea subdola, che striscia a poco a poco fuori dal mio cervello passando per l'orecchio destro, mi piove in bocca in tutta fretta – lì si impasta col mio disgusto, la mia insoddisfazione, la mia viscerale intolleranza. Mi sembra già di sentire quel sapore simile alla liquirizia, che mi raschia l'imbocco della gola e la base della lingua.Solo l'interno del mio bicchiere coglie il mio ghigno.
Rivoli neri di sciroppo liquoroso cominciano a rotolare fuori dalla mia bocca, densi ed oleosi come petrolio. Puzzano di carogna.
Il mio collo scrocchia rumorosamente da un lato, si piega in una posizione innaturale; vedo la sua espressione contrarsi nel dubbio opaco del bambino che non scorge la sberla.
La pelle delle mie mani è un terreno riarso dalla sete di giorni, e profonde spaccature si aprono sulle nocche e sui polsi; le ossa bianche guizzano fuori come pesci, stendono le dita verso il suo volto.
Raggiungo il suo collo niveo, sento il battito impazzito del cuore ed il respiro irregolare del panico; sente la pressione che comincio ad esercitare sul suo collo - vorrei spaccargli in due la tiroide come una melagrana matura, guardare i chicchi capitombolare fuori, rossi e pieni come il desiderio.
Tace, lei. Un silenzio immenso.
Con unghia di vetro lacero la carne soffice e comincio a cercarvi quelle due sottilissime pieghe bianche della gola.
lunedì 19 aprile 2010
Caldo.
È come quando la luce ti acceca e vedi solo i riflessi luminosi tutt'intorno e il profilo torbido di un viso noto - laggiù nell'ombra.
Ti tremano un po' le gambe e hai le mani sudate, però sai già che tutto andrà al suo posto, un ingranaggio perfetto che esiste dentro di te e scatta solo quando, finalmente, sei lì, e c'è solo la luce accecante il calore umido dei fari le parole che scivolano come un fiume in piena tra le tue labbra e le espressioni -dio!- che non credevi neanche di possedere, quando ti stupisci nel momento giusto ed ammicchi ed è tutto lì.
Sincronia, forse.
Gioco di squadra, mi piace pensarlo così; che sai che se va male a lui andrà male anche a te, perciò bisogna sostenersi ed impedirsi di inciampare nei grovigli di frasi e concetti ed altre espressioni piene e vuote.
Come ci si fa a dimenticare di essere qualcuno per accettare qualcun altro dentro di sé? O forse c'è sempre stato, ed è rimasto lì nascosto, piccola maschera timida acquattata dietro la quinta nera - che sbircia e si chiede tocca a me? Devo chiamarlo, tocca a me? Che poi è un ruolo da niente, di servizio, ma se non lo si fa poi che succede? Che tutto sfalsa e non ci sono più i tempi e non ti dò l'attacco giusto, che casino!
Sta tutto lì, per me, è sempre stato tutto lì. Il caldo denso della luce dei fari e la voce piena che rieccheggia per la sala. Non mi importa niente di questo corpo legnoso perché sto danzando con i suoni - e tutti, tutti, sono lì e mi ascoltano e so che non farebbero nient'altro.
Ho sempre pensato che le voci maschili fossero più interessanti, più belle, più giuste - ma come si fa con questa voce qui, che non sta né di qui ne di là? Ma so che le voci dei maschi sono profonde e piene e sanno toccarti delle corde che ti riempiono di brividi - ed è tutto lì, davvero.
Qualcuno canta.
Dicono che mentre gli sparava si teneva il cuore...
Che bella voce. Non c'è niente di più bello delle voci.
lunedì 12 aprile 2010
Passo.
E ho visto questo film sui draghi che mi ha commossa proprio in quel punto lì dove disegnano le facce coi legnetti - perché mi son detta che sì, forse gli amici fanno così. Si disegnano le facce a vicenda, anche se uno dei due lo deve fare tenendo il legno con la bocca.
Oh forse no, però quella scena mi ha commossa. Probabilmente la suggestione data dalla musica ha fatto il suo lavoro.
Insomma, tutta questa cosa sull'amicizia e sul non aver paura del diverso ti fa un po' commuovere.
***
Ogni volta che alzava un piede e lo spostava un po' più avanti, per cercare di giungere a destinazione anche contro la propria volontà, qualcosa di molto simile ad un buco nero scavava più in profondità nella sua pancia - più o meno lì, all'altezza della bocca dello stomaco. Come risucchiate da un'inversione gravitazionale le sue viscere si contorcevano e cercavano di sbucare fuori dalla schiena, forse nel magro tentativo di ancorarsi al primo palo di passaggio e impedirle di procedere oltre.
Quanto era poco probabile cha accadesse tanto sarebbe stato divertente da raccontare - no, vedi, il mio cardias si è impuntanto e proprio non ha voluto saperne.
Aveva le mani coperte da una pellicola di sudore freddo, e se le sfregava in continuazione tra loro e sul giubbotto di panno per cerca un po' di sollievo; l'unico risultato era forse un giubbotto coperto di sale, ma poco importava visto che nessuno dei suoi intestini aveva intenzione di muoversi dall'alcova protetta del suo ventre per fermarla nella sua autodistruttiva avanzata.
mercoledì 7 aprile 2010
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