mercoledì 28 aprile 2010
Voce.
delebile.com
E lì, nasce.
O meglio, si risveglia.
Un'idea subdola, che striscia a poco a poco fuori dal mio cervello passando per l'orecchio destro, mi piove in bocca in tutta fretta – lì si impasta col mio disgusto, la mia insoddisfazione, la mia viscerale intolleranza. Mi sembra già di sentire quel sapore simile alla liquirizia, che mi raschia l'imbocco della gola e la base della lingua.Solo l'interno del mio bicchiere coglie il mio ghigno.
Rivoli neri di sciroppo liquoroso cominciano a rotolare fuori dalla mia bocca, densi ed oleosi come petrolio. Puzzano di carogna.
Il mio collo scrocchia rumorosamente da un lato, si piega in una posizione innaturale; vedo la sua espressione contrarsi nel dubbio opaco del bambino che non scorge la sberla.
La pelle delle mie mani è un terreno riarso dalla sete di giorni, e profonde spaccature si aprono sulle nocche e sui polsi; le ossa bianche guizzano fuori come pesci, stendono le dita verso il suo volto.
Raggiungo il suo collo niveo, sento il battito impazzito del cuore ed il respiro irregolare del panico; sente la pressione che comincio ad esercitare sul suo collo - vorrei spaccargli in due la tiroide come una melagrana matura, guardare i chicchi capitombolare fuori, rossi e pieni come il desiderio.
Tace, lei. Un silenzio immenso.
Con unghia di vetro lacero la carne soffice e comincio a cercarvi quelle due sottilissime pieghe bianche della gola.
lunedì 19 aprile 2010
Caldo.
È come quando la luce ti acceca e vedi solo i riflessi luminosi tutt'intorno e il profilo torbido di un viso noto - laggiù nell'ombra.
Ti tremano un po' le gambe e hai le mani sudate, però sai già che tutto andrà al suo posto, un ingranaggio perfetto che esiste dentro di te e scatta solo quando, finalmente, sei lì, e c'è solo la luce accecante il calore umido dei fari le parole che scivolano come un fiume in piena tra le tue labbra e le espressioni -dio!- che non credevi neanche di possedere, quando ti stupisci nel momento giusto ed ammicchi ed è tutto lì.
Sincronia, forse.
Gioco di squadra, mi piace pensarlo così; che sai che se va male a lui andrà male anche a te, perciò bisogna sostenersi ed impedirsi di inciampare nei grovigli di frasi e concetti ed altre espressioni piene e vuote.
Come ci si fa a dimenticare di essere qualcuno per accettare qualcun altro dentro di sé? O forse c'è sempre stato, ed è rimasto lì nascosto, piccola maschera timida acquattata dietro la quinta nera - che sbircia e si chiede tocca a me? Devo chiamarlo, tocca a me? Che poi è un ruolo da niente, di servizio, ma se non lo si fa poi che succede? Che tutto sfalsa e non ci sono più i tempi e non ti dò l'attacco giusto, che casino!
Sta tutto lì, per me, è sempre stato tutto lì. Il caldo denso della luce dei fari e la voce piena che rieccheggia per la sala. Non mi importa niente di questo corpo legnoso perché sto danzando con i suoni - e tutti, tutti, sono lì e mi ascoltano e so che non farebbero nient'altro.
Ho sempre pensato che le voci maschili fossero più interessanti, più belle, più giuste - ma come si fa con questa voce qui, che non sta né di qui ne di là? Ma so che le voci dei maschi sono profonde e piene e sanno toccarti delle corde che ti riempiono di brividi - ed è tutto lì, davvero.
Qualcuno canta.
Dicono che mentre gli sparava si teneva il cuore...
Che bella voce. Non c'è niente di più bello delle voci.
lunedì 12 aprile 2010
Passo.
E ho visto questo film sui draghi che mi ha commossa proprio in quel punto lì dove disegnano le facce coi legnetti - perché mi son detta che sì, forse gli amici fanno così. Si disegnano le facce a vicenda, anche se uno dei due lo deve fare tenendo il legno con la bocca.
Oh forse no, però quella scena mi ha commossa. Probabilmente la suggestione data dalla musica ha fatto il suo lavoro.
Insomma, tutta questa cosa sull'amicizia e sul non aver paura del diverso ti fa un po' commuovere.
***
Ogni volta che alzava un piede e lo spostava un po' più avanti, per cercare di giungere a destinazione anche contro la propria volontà, qualcosa di molto simile ad un buco nero scavava più in profondità nella sua pancia - più o meno lì, all'altezza della bocca dello stomaco. Come risucchiate da un'inversione gravitazionale le sue viscere si contorcevano e cercavano di sbucare fuori dalla schiena, forse nel magro tentativo di ancorarsi al primo palo di passaggio e impedirle di procedere oltre.
Quanto era poco probabile cha accadesse tanto sarebbe stato divertente da raccontare - no, vedi, il mio cardias si è impuntanto e proprio non ha voluto saperne.
Aveva le mani coperte da una pellicola di sudore freddo, e se le sfregava in continuazione tra loro e sul giubbotto di panno per cerca un po' di sollievo; l'unico risultato era forse un giubbotto coperto di sale, ma poco importava visto che nessuno dei suoi intestini aveva intenzione di muoversi dall'alcova protetta del suo ventre per fermarla nella sua autodistruttiva avanzata.
mercoledì 7 aprile 2010
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