lunedì 19 aprile 2010

Caldo.



È come quando la luce ti acceca e vedi solo i riflessi luminosi tutt'intorno e il profilo torbido di un viso noto - laggiù nell'ombra.
Ti tremano un po' le gambe e hai le mani sudate, però sai già che tutto andrà al suo posto, un ingranaggio perfetto che esiste dentro di te e scatta solo quando, finalmente, sei lì, e c'è solo la luce accecante il calore umido dei fari le parole che scivolano come un fiume in piena tra le tue labbra e le espressioni -dio!- che non credevi neanche di possedere, quando ti stupisci nel momento giusto ed ammicchi ed è tutto lì.
Sincronia, forse.
Gioco di squadra, mi piace pensarlo così; che sai che se va male a lui andrà male anche a te, perciò bisogna sostenersi ed impedirsi di inciampare nei grovigli di frasi e concetti ed altre espressioni piene e vuote.
Come ci si fa a dimenticare di essere qualcuno per accettare qualcun altro dentro di sé? O forse c'è sempre stato, ed è rimasto lì nascosto, piccola maschera timida acquattata dietro la quinta nera - che sbircia e si chiede tocca a me? Devo chiamarlo, tocca a me? Che poi è un ruolo da niente, di servizio, ma se non lo si fa poi che succede? Che tutto sfalsa e non ci sono più i tempi e non ti dò l'attacco giusto, che casino!

Sta tutto lì, per me, è sempre stato tutto lì. Il caldo denso della luce dei fari e la voce piena che rieccheggia per la sala. Non mi importa niente di questo corpo legnoso perché sto danzando con i suoni - e tutti, tutti, sono lì e mi ascoltano e so che non farebbero nient'altro.
Ho sempre pensato che le voci maschili fossero più interessanti, più belle, più giuste - ma come si fa con questa voce qui, che non sta né di qui ne di là? Ma so che le voci dei maschi sono profonde e piene e sanno toccarti delle corde che ti riempiono di brividi - ed è tutto lì, davvero.
Qualcuno canta.
Dicono che mentre gli sparava si teneva il cuore...
Che bella voce. Non c'è niente di più bello delle voci.



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